Un DJ che non esiste
In cima al file che decide cosa fa il DJ di Radio Index c'è scritto: niente ML, pura logica deterministica. Ed è la parte che nessuno deve notare.
di Nicola Sabaini 3 min di lettura Progetto: Radio Index
Radio Index trasmette senza interruzione, e fra un brano e l’altro parla un DJ che non c’è. Sceglie cosa mandare, quando parlare, quando tacere.
In cima al file che prende quelle decisioni, nel commento che ho scritto per ricordarmi cos’è, c’è una riga che smentisce metà di quello che uno si aspetta: niente ML, niente librerie di apprendimento, pura logica deterministica.
Tutta la sua intelligenza sta in qualche numero in virgola mobile e in una coda lunga sedici. Costo trascurabile.
Cosa guarda, visto che non impara
Guarda il contesto che serve a un DJ vero, tutto insieme in un posto solo: che ora è e che fascia di ascolto comporta, quante persone sono collegate adesso, quanta energia hanno avuto gli ultimi brani, da quanto tempo non si sente una voce, se gli ascoltatori stanno crescendo o calando.
Da lì esce un’intenzione, non un’azione: rinforzare il passaggio, mandare uno stacco, oppure stare zitto. Chi la realizza è un altro pezzo di programma.
Nessuna di queste decisioni ha bisogno di un modello. Hanno bisogno che qualcuno abbia deciso, una volta, cosa conta.
La sincronizzazione si fa nella scaletta
Questo è il principio su cui è costruito tutto il resto, e gli è costato tre riscritture.
I brani vengono scelti e ordinati perché generi, velocità e tonalità combacino prima di andare in onda. Per ogni blocco di tre o quattro pezzi il programma prova tutti gli ordini possibili e tiene quello che aggancia meglio. Poi, al passaggio, la velocità si tira come si tirava sul giradischi: al massimo il sei per cento nei blocchi da club, il tre e mezzo altrove. Nessuno stiracchiamento digitale della durata, che è la cosa che si sente subito e rovina il pezzo.
Un sistema che cercasse di aggiustare tutto in diretta avrebbe venti millisecondi per risolvere un problema che la scaletta risolve il giorno prima, con calma e provando tutte le strade.
Stessi brani, stesso risultato
Nel mix non c’è nessun numero casuale vero. Dove servirebbe una scelta fra alternative equivalenti c’è una firma calcolata sul contenuto, che dà sempre la stessa risposta per gli stessi ingressi.
Sembra una fissazione e invece è l’unico modo di aggirare il problema di sempre: alle tre di notte un passaggio suona male, e la mattina dopo devi poterlo far succedere di nuovo. Una radio che non si può riprodurre è una radio che non si può sistemare.
Le due lezioni che ho pagato
La prima riguarda il volume. Avevo messo un controllo automatico sul suono finale, come si fa. Suonava peggio: i brani erano già stati portati tutti allo stesso livello uno per uno, e comprimerli di nuovo tutti insieme li appiattiva. Adesso lo stadio finale lascia passare l’audio identico a com’è finché suona un brano solo, e interviene unicamente sulle sovrapposizioni che sforano il tetto.
La seconda riguarda i battiti. Circa un brano veloce su dieci veniva misurato a metà velocità: hardstyle letto a 75 battiti al minuto invece che a 150. Erano proprio i pezzi che dovevano tirare, e finivano accanto a qualcosa di lento come se ci stessero. La correzione si applica quando i brani vengono caricati, senza toccare i file.
Quello che sente chi ascolta
Niente di tutto questo. Una radio: lo stacco all’inizio dell’ora, le notizie o il meteo, i blocchi di musica, la rubrica a metà ora. Da TuneIn, da Alexa, dall’autoradio, o dall’indirizzo diretto dello stream dentro un lettore qualsiasi.
Una cosa del genere non è riuscita quando qualcuno dice «sembra vera». È riuscita quando nessuno dice niente, perché stava facendo altro.
Il DJ non esiste. Il lavoro che avrebbe fatto esiste tutto, è solo stato fatto prima.